martedì 22 novembre 2011

Problemi del finale - Parte 1 di 2 - Il finale "cattivo"

I problemi del finale - Finali cattivi
Questa è la prima parte di un articolo diviso in due parti, che avrà come tema il finale di una storia, sia essa un film o un romanzo. Oggi tratterò quello che si può definire il finale "cattivo", ovvero ogni qual tipo di conclusione in cui non si abbia l'happy ending, che sarà invece oggetto del secondo articolo.
L'idea nasce dalla top 5 dell'amica Lucia, in cui sono elencati i suoi cinque finali preferiti, ma in realtà questo post mi ronzava in testa fin dai tempi in cui ho visto "La maschera di cera". Capirete quindi che - come dice il titolo - parlerò di quello che non va, secondo me, nei finali di questo tipo. Non ho mai nascosto la mia predilezione per i finali "cattivi", dal momento che li reputo molto più complicati da realizzare rispetto al lieto fine. A ogni modo cercherò, per quanto possibile di tener fuori dalla discussione questo mio favoritismo. In effetti anche se preferisco i finali "cattivi" continuo a ribadire che bisogna anche saperli realizzare bene, quindi in essi tendenzialmente ci sono molti più problemi rispetto al lieto fine.
Ultimamente ho notato una certa tendenza, soprattutto nei film horror, a realizzare finali che lasciano presagire il ritorno dell'orrore, il rinizio di tutto. Questo ovviamente ci può stare, dal momento che più volte i film horror diventano saghe e in qualche modo c'è bisogno di dare spunti per il futuro. Il problema sorge quando una scelta di questo tipo presuppone forzature enormi a livello di sceneggiatura - ad esempio, personaggi che ricompaiono all'improvviso e che prima erano solo comparse - e quando non è legata alla prosecuzione della storia. L'unico intento che ci si prefigge nel costruire quindi un finale di questo tipo è la volontà di non fornire un lieto fine tradizionale. Ora, senza farla troppo teorica, questo è proprio il caso de "La maschera di cera", ispiratore iniziale di questo articolo. Lì il finale è composto da due pezzi differenti: il lieto fine è solo apparente, basta un'ultima inquadratura e qualche battuta in croce per far riemergere il terrore, lasciando allo spettatore un finale "cattivo" (sì, le virgolette in questo caso sono sarcastiche). Sembra non esistere più il coraggio per realizzare un finale cattivo degno di tale nome, come ad esempio quelli della Trilogia dell'Apocalisse di Carpenter. Ecco, quelli li ritengo finali veramente cattivi: lasciano lo spettatore con un senso di inquietudine, senza rivelare, sospendendo la narrazione.
Manca il coraggio negli ultimi tempi di realizzare opere che esulino dal concetto di genere, categorizzazione che implica necessariamente una standardizzazione di certi elementi narrativi, tra cui il finale. Si vuole evitare il lieto fine, ma allo stesso tempo non si protende con decisione verso un finale nero e cupo. Far morire tutti i protagonisti è scorretto nei confronti dello spettatore o del lettore, si potrebbe ribattere. In realtà chi legge o guarda non deve essere sempre accontentato nella stessa maniera. Se la storia è ben realizzata, uno può ritenersi soddisfatto anche se muoiono tutti, anche se il serial killer non viene arrestato, anche se gli orchi riescono a invadere le terre degli elfi. Il discorso travalica il genere horror, anche se questo è quello in cui questo elemento è più presente.
Finali cattivi
Ho letto da poco un libro in cui il finale era devastante, cupo e nerissimo, politicamente scorretto se vogliamo. Anche in quel caso quindi realizzato bene, ma per un finale ben fatto se ne trovano decine e decine che fanno acqua da tutte le parti. Finali in cui i meccanismi, come quello utilizzato in "La maschera di cera", sono sempre più collaudati e abusati, al punto che da risultare ovvi e scontati, al punto di perdere la loro caratteristica intrinseca, ovvero quella di dover sconvolgere il lettore/spettatore con l'ultimo colpo di coda del regista/scrittore. Una serializzazione della cattiveria comporta una banalizzazione della stessa. Penso anche alla saga di "Saw", in cui il colpo di scena finale è un classico, ma dopo il primo film diventa comunque ripetitivo e scontato, appunto diventa un "classico" della saga, un elemento che invece di sorprendere ci si aspetta come ci si aspettano tutti gli altri elementi caratteristici di quei film. La potenza narrativa va quindi a farsi benedire, lasciando un finale privo di mordente ed espressività. Quante volte, anche per chi non ha visto il film da cui ho preso spunto, avete sentito di finali in cui viene dato l'input che tutto potrà ricominciare, anche se il killer è stato arrestato o il mostro fermato. Credo che ognuno di noi abbia visto un finale del genere, o una sua variante, almeno un paio di volte nella vita.
E quindi come si può fare? Come ho già accennato, ci vuole coraggio. Coraggio e onestà intellettuale, dal momento che se una storia esige un finale veramente cattivo - e certe storie lo esigono davvero - il regista/scrittore deve poterlo mettere in scena, nudo e crudo, in maniera onesta. Allo stesso modo deve essere recepito, dal momento che un finale cattivo non è un prendere in giro lo spettatore/lettore, ma anzi riuscire a coinvolgerlo per tutta la narrazione e lasciargli un ricordo di sicuro più potente rispetto a quello dato da un finale scontato e prevedibile.

E voi? Avete anche voi dei finali "cattivi" che non vi piacciono per come vengono realizzati?

Leggi qui la Parte 2

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